Due anni fa di questi tempi ero a fare la mia esperienza a Parigi, qualcun altro era in una città più pericolosa.
Quest’anno vado in Canada e qualcun altro ritorna in una città che è sempre più pericolosa. 
E mi chiedo: è veramente la destinazione del viaggio che dà la gioia intima di prendere e partire o cosa crediamo di poter provare?
Il senso del viaggio, il significato dei luoghi “altri” dal nostro, è forse il portarsi momentaneamente in un’altra vita? Lasciamo quella che indossiamo tutti i giorni per viverne una diversa. Proviamo la reincarnazione pur non essendo morti.
Di solito, viag
giamo per dimenticare (lavoro, la vita quotidiana, un dolore) o per ritrovare (noi stessi, la forza, la speranza).Il viaggio come mezzo per ritrovare se stessi è solitamente un viaggio che ci mette alla prova, senza troppe certezze, parti e vai, possibilmente in posti estranei alla tua vita di tutti i giorni, deserto, luoghi selvaggi, zone pericolose.
E possibilmente si è in movimento continuo: ci si sposta in auto, in moto, a piedi, per terra o per mare, basta che non si stanzi.
Quando sono nell’imminenza di partire, qualunque sia la meta, mi prende una sorta di serpeggiante malinconia che inizialmente per rispetto dell’idea generalizzata di viaggio/vacanza ho cercato di reprimere. Eppure la provo sempre.
Un vecchio adagio recita: “Partire è un po’ morire”. E’un augurio, parto per rinascere a vita nuova. E’ un’opportunità di inizio. E il ritorno? Il ritorno a casa è comunque una nuova partenza.
Auguro a tutti i Viaggiatori di trovare ciò che speravano più quel qualcosa di inaspettato, che poi, forse, è il vero motivo per cui si parte.